Ufficio Catechistico
ATTENZIONE ...IN FONDO ALLA PAGINA MATERIALE CATECHISTICO


Dicono che c’è un tempo

per seminare

e uno più lungo per aspettare.

Io dico che c’era un tempo

sognato

che bisognava sognare

 

Un sogno. Un tempo da sognare come inizio di un progetto, di un possibile percorso pastorale ed ecclesiale. La citazione iniziale, da una canzone di qualche anno fa di un cantautore italiano, mi è sembrata interessante come apertura per indicare le caratteristiche dell’Ufficio catechistico diocesano di Civita Castellana. Sognare una pastorale tra parrocchie, una ecclesialità di comunione che porta i cristiani a ritrovarsi insieme non soltanto a parole ma sul campo della vita concreta, nell’ambito della catechesi in modo particolare. Credo che il sogno sia la prima motivazione che può spingere un parroco, una parrocchia, una diocesi a entrare in relazione e a tessere reti di collaborazione tra soggetti ecclesiali diversi. Non voglio apparire un sognatore che vive tra le nuvole, un “illuso” dalla realtà che poi sfugge e va da tutta altra parte. Sognare nel senso di riappropriarsi di un mistero che non è nostro, che supera sempre le nostre aspettative e i nostri progetti, che ci sorprende e ci meraviglia ogni volta di più. Ecco, sostenere e formare il cuore e la mente di un parroco, di più sacerdoti insieme, dei nostri cristiani a non lasciarsi defraudare di un sogno del regno di Dio che sta in mezzo a noi e che deve ancora realizzarsi nella sua pienezza, tra i popoli di questo mondo. Proviamo allora a sfuggire dal materialismo che mi porta a pensare che si è sempre fatto così e che non è possibile cambiare questa nostra chiesa. Scappiamo dallo scetticismo di chi non crede nelle possibilità umane di costruire relazioni di collaborazione e di condivisione umana e pastorale, sostenuti e preceduti dall’azione dello Spirito Santo. Rinneghiamo quell’individualismo, che troviamo anche dentro le nostre chiese, di chi fa della fede e della vita cristiana un fatto privato e individuale. Come provare a realizzare questo?

Spesso oggi diciamo di voler collaborare insieme tra parroci, tra parrocchie e realtà ecclesiali diverse perché siamo pochi, meno numerosi di un tempo, abbiamo meno forze umane, non riusciamo a fare tutto il necessario e la nostra voce è più debole. Quindi possiamo essere più pronti e incisivi ad affrontare le sfide umane e religiose di questo nostro mondo lavorando insieme. “L’unione fa la forza”. A me sembra più uno slogan di una banca, di un’azienda o di un partito politico. Io penso alla chiesa come luogo di collaborazione e di condivisione tra soggetti diversi presenti nel territorio perché è nella fedeltà a questo territorio che si realizza la mia vita umana e cristiana. È il principio teologico dell’incarnazione che mi sostiene a fare della collaborazione un principio indispensabile del mio essere cristiano e pietra viva di una chiesa. Non è una questione di utilità ne di risultati finali, ma è l’essenza della mia stessa identità, del mio essere battezzato. Nella missione della chiesa c’è scritto fin dall’inizio “che ci si salva insieme, che si va a Dio insieme” (C. Peguy) e non che lavoriamo in comunione perché così possiamo vincere meglio.

Occorre allora gettare un primo seme: conoscere la realtà, scoprire il territorio in cui si vive, riconoscere e dare un nome ai soggetti presenti in questo stesso territorio. Il primo passo è proprio quello di pensare, inventare iniziative che ci portino a dialogare con la storia particolare di una parrocchia, di una diocesi. Questo dialogo vuole far emergere e ascoltare i desideri, i bisogni, le aspettative umane, ecclesiali e religiose di tutti, come luogo dove Dio parla alla nostra vita. Ci sono vari strumenti, si possono pensare diverse iniziative che permettono di rilevare questi elementi, ma la prima cosa che conta è quella di non pensare soltanto a una raccolta di dati per pure statistiche sociologiche. Tutto ciò che arriviamo a conoscere, tutte le cifre che mi descrivono la realtà del territorio che sto studiando, dobbiamo inserire tutto ciò sempre dentro un contenitore più grande: un progetto pastorale condiviso e la sua realizzazione. Allora ascoltare Dio che mi parla attraverso la vita dei catechisti di una parrocchia mi fa scoprire anche cosa Dio chiede alla mia missione di parroco, come annunciare il Vangelo in maniera concreta e reale, quali richieste materiali e spirituali sono presenti nella vita delle persone che intercetto e che mi rivelano il desiderio profondo di incontrare il Dio di Gesù Cristo. Nella nostra diocesi siamo partiti allora con il far convergere nella equipe dell’ ufficio catechistico, supportata da un formatore esterno, laici, religiosi e clero con diverse esperienze di fede, con un impegno catechistico differenziato ma già consolidato, che fossero anche rappresentativi delle zone pastorali in cui è suddivisa la nostra chiesa particolare. Inoltre ci siamo messi a lavorare insieme per incontrare tutti i catechisti e i parroci dei comuni del nostro territorio e per dialogare con loro. C’è stato un invito iniziale rivolto a quelle persone che direttamente avevo conosciuto in precedenza e che consideravo possibili collaboratori a vario titolo. Altri membri dell’ufficio catechistico sono stati suggeriti e proposti dalle stesse parrocchie. Era importante in questa fase, coinvolgere persone disponibili alla ricerca, con una buona apertura mentale e una volontà a lavorare insieme.

Lasciata libera la risposta di aderire a questa iniziativa, alcune persone si sono messe al lavoro. Da qui è nata l’esigenza di aprire subito le porte di questa equipe alle parrocchie, provando a individuare almeno un catechista di riferimento per ogni comunità locale, che è diventato il nostro punto di riferimento per informare e coinvolgere tutti. Così abbiamo potuto anche intercettare e conoscere nuovi catechisti interessati e disposti a mettersi in gioco. La nostra diocesi non si può certo considerare tra quelle grandi in Italia: su un territorio disposto parte in provincia di Roma e parte in provincia di Viterbo, cinquantotto parrocchie per circa 230.000 abitanti, la diocesi di Civita Castellana vive in maniera tradizionale la fede, anche se la zona alle porte di Roma ormai da anni deve affrontare le sfide tipiche della periferia delle grandi città. Questo motore a due tempi che anima la nostra diocesi lo abbiamo notato subito iniziando a conoscere i catechisti, incontrandoli per zone pastorali oppure nelle rispettive parrocchie. Ecco, primo passo del nostro progetto di collaborazione tra parrocchie è stato proprio l’ascolto della realtà con lo spirito di servire la chiesa locale. Un grande lavoro, uno sforzo notevole ha coinvolto l’ufficio catechistico nel contattare non soltanto i parroci ma anche tutti gli animatori della catechesi, soprattutto quelli dell’iniziazione cristiana, realtà presente in tutte le parrocchie e in parte già organizzata. Da questi contatti iniziali, che sono durati circa un anno, abbiamo voluto subito far emergere dei dati che riguardavano le motivazioni dell’agire dei nostri catechisti, le difficoltà ma anche le soddisfazioni, l’attenzioni ai destinatari e i bisogni dell’azione del catechista. Non credo sia interessante per il senso di questo articolo riportare i dati precisi acquisiti da questa ricerca, ne stare a descrivere iniziative che sono state realizzate sempre allo stesso scopo. Credo che la fantasia di ogni nostro lettore può smuovere per cercare idee e esperienze in proposito. Importante è dirci che la ricerca effettuata ci ha permesso da una parte di conoscere meglio, anche con alcune sorprese positive e negative non preventivate alla partenza, la vita e il pensiero della nostra gente. Dall’altra parte si è innescato un meccanismo metodologico che ci spinge a pensare e a organizzare tutte le iniziative della nostra equipe a partire più dalla realtà, dai bisogni delle persone, ad ascoltare di più le esigenze e i problemi dei catechisti. E ci stiamo accorgendo che il Vangelo in questa maniera acquista un fascino diverso, diventa più significativo per la vita di tutti, per primo per la vita di quelli che si ritenevano cristiani modello, per i parroci e per i loro collaboratori che pensavano di aver capito come si organizza  la catechesi di una parrocchia. Mi sembra di poter dire con convinzione che le difficoltà che spesso si incontrano per l’integrazione nell’azione pastorale delle parrocchie tra di loro e con la diocesi e i suoi centri pastorali, possono essere in parte affrontate e superate quando ogni soggetto in questione sente affermata la propria corresponsabilità, quando non si sente soltanto oggetto di un progetto che viene calato dall’alto, quando tutti partecipano allo stesso titolo nel formulare strategie pastorali, anche rinnovate, per la missione della chiesa.

Da questa fase di ricerca e di studio, siamo passati poi all’analisi dei dati acquisiti, per iniziare a proporre iniziative concrete. E’ la fase della chiarificazione dei concetti di base dell’azione pastorale. Infatti credo sia opportuno attraversare il guado di una condivisione di quei paradigmi tipici della catechesi. Nel linguaggio “ecclesialese” usiamo tutti gli stessi termini: catechesi, liturgia, carità, parrocchia, sacramenti…….Eppure queste parole possono nascondere dei significati diversi che generano ambiguità ed equivoci, soprattutto quando si vuole instaurare un contesto di comunione. Ecco che la prima fase dell’analisi deve aiutare a trovare una base condivisa di significati da associare al modo di pensare e di parlare comuni. È un momento delicato; si tratta ora si spostare l’attenzione dall’ascolto di tutti al pronunciare parole significative da parte di tutti. Nella diocesi sono diverse le appartenenze ecclesiali di gruppi, movimenti e associazioni, diverse sono le storie vissute: tutto questo costituisce una grande ricchezza dell’azione dello Spirito di Dio, ma può comportare anche una difficoltà a percorrere un cammino comune. Non credo si tratti di diventare tutti uguali, neppure di costruire una realtà diocesana somma di tutte le diverse esperienze esistenti. Occorre invece costruire quella grammatica comune, quel sapere fatto di condivisione dei contenuti fondamentali per riconoscere insieme quali priorità pastorali scegliere, come formare le abilitazioni di base dei soggetti protagonisti alla luce delle necessità emerse dalla ricerca sul territorio e quali iniziative adottare per raggiungere gli obiettivi definiti. C’è a questo punto una fase di chiarimento che occorre fare su cosa significa ad esempio per una parrocchia essere luogo di catechesi e su come realizzare questa missione, nel caso in cui dall’analisi del territorio sia emersa questa come prima necessità. È utile allora confrontarsi con la proposta del progetto di catechesi italiano, magari è importante conoscere testimoni ed esperti che raccontino esperienze diverse già realizzate, inoltre bisogna mettere a fuoco gli obiettivi e le caratteristiche dei percorsi di catechesi già esistenti nella vita delle parrocchie. La formazione interna di questa equipe ha così nel tempo elaborato percorsi formativi che potessero coinvolgere e mettere in relazione catechisti di parrocchie diverse. Gli stessi catechisti parrocchiali ci hanno aiutato a individuare nel rapporto tra catechesi e parola di Dio e nello stile di animazione della catechesi i punti imprescindibili per una formazione di base. Condivisi questi due punti fermi della formazione di un catechista, sono stati impiantati, ormai da otto anni, percorsi di formazione annuali con scadenza mensile, che hanno fatto muovere i catechisti dalle proprie parrocchie per ritrovarsi in un punto della zona pastorale e approfondire ogni volta un aspetto diverso del tema in questione. Non è mai mancata neanche una ricaduta di ogni singolo incontro mensile in ogni parrocchia, affinché questa integrazione pastorale tra chiese locali potesse produrre segni tangibili di animazione anche nel luogo di appartenenza e di provenienza di ogni catechista.

Non nascondiamo ostacoli organizzativi a questo progetto: la pigrizia di muoversi dai locali della propria parrocchia, la fatica a trovare tempi e modi condivisi da tutti. Non sono mancati neppure difficoltà di mentalità e di modo di fare: il proprio campanile è sempre più bello di quello degli altri, oppure è stato fatto sempre in un certo modo perché cambiare. Tali ostacoli e difficoltà però non hanno evitato di infondere nei catechisti parrocchiali il gusto e il desiderio sempre accresciuto di sperimentare una formazione di base non di stampo puramente contenutistico e dottrinale, ma un laboratorio sempre in fieri, un cantiere sempre al lavoro per costruire insieme la realtà ecclesiale. Allora il sogno iniziale si è trasformato proprio in un tempo di semina, un tempo lungo che ci ha fatto sperimentare la pazienza dell’attesa delle idee dell’altro, dell’ascolto dell’altra persona, del rispetto della storia di Dio realizzata in tutti. È una semina che prevede tempi lunghi, incertezza sul frutto che qualcuno raccoglierà, ma che dissoda il terreno da tutte quelle pietre che chiudono la mente e il cuore a vivere e a costruire quella rete di collaborazione tra parrocchie diverse e con la diocesi. Non chiudersi in nessuna certezza pastorale se non quella di non ricercare certezze pastorali. Scusate il gioco di parole, ma l’integrazione di soggetti diversi nell’agire pastorale è una continua ricerca di un orizzonte altro, di una visuale più ampia, di un guardare l’altra parte del cielo a partire sempre dal mettersi in gioco e dal mettere in gioco le proprie posizioni acquisite. Credo che non ci siano ricette precostituite che permettono la realizzazione di questo modo di agire pastorale, è necessario far partire questa dinamica prima dentro se stessi e poi coinvolgendo altri soggetti a cerchi concentrici che si allargano sempre di più. Allora l’ufficio catechistico diviene ricerca non tanto di risposte che risolvano i problemi, quanto dei dubbi delle domande che mettono in azione

 

                                                                                                      Paolo Quatrini


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